Forse basta una piccola DeLorean

scritto da DariaPotok
Scritto Ieri • Pubblicato 22 ore fa • Revisionato 21 ore fa
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Testo: Forse basta una piccola DeLorean
di DariaPotok

Quella notte Dora non riusciva ad addormentarsi.
Fosse per l'aria eccessivamente secca che prosciugava il respiro, fosse per il periodo di angoscia intima che viveva ormai da svariati anni, le era impossibile abbandonarsi al sopore. Gli occhi, seppur appannati dalle fatiche della giornata, si muovevano iperattivi sotto il giogo delle palpebre serrate a forza.
Distese il braccio destro verso il guanciale vuoto del marito e lo frizionò malinconicamente. Renato era uscito a cena con gli amici del fantacalcio e le aveva promesso che non sarebbe rincasato troppo tardi, ma era ormai quasi l'una, quindi si erano sicuramente dilungati con il loro fantamercato e ne avevano approfittato per scolarsi qualche birretta in più. Non che gliene volesse, anzi, le faceva piacere che si ritagliasse una serata in tranquillità al di fuori dei suoi ruoli di responsabilità; però in quei momenti in cui si sentiva priva della sua bussola interiore, momenti come quello, lui era l'unico in grado di risollevarla un poco, con quegli abbracci caldi e mai giudicanti nei quali le pareva di potersi sciogliere.
Sospirò e decise di alzarsi. Afferrò la vestaglietta leggera sul servomuto, l'infilò meccanicamente e andò ad aprire la porta-finestra del balcone. Gettò una fugace occhiata al cielo stellato: la timida luna crescente si era già occultata ai suoi osservatori nottambuli e gli astri più profondi del firmamento avevano finalmente un appropriato palcoscenico per farsi ammirare. Si massaggiò un momento la fronte con piccoli movimenti circolari nel vano tentativo di alleviare le tensioni accumulate, ma poi optò per un approccio radicale: lasciò scivolare in terra la vestaglia e, ristando nella cornice della porta, vibrò tutta della lieve sensazione di pelle d'oca su braccia e gambe.
Calò lo sguardo sugli arbusti di lampone trapiantati da poco nella grande conca sul margine sinistro del terrazzino. Sembrava si fossero acclimatati e, se tutto fosse andato da violino, l'anno seguente avrebbero offerto i primi frutti... chissà se loro li avrebbero mangiati.
Licia e Dalila, le sue due bambine impossibili.
Si abbandonò sull’invitante cislonga in tela e socchiuse gli occhi, congiungendo gli avambracci sul grembo. Odorò il profumo di quella notte tardoprimaverile: era il 29 maggio e presto l’estate avrebbe preso, prepotente come sempre, il posto della stagione preferita della sua primogenita. Già, la sua primogenita… quella con la quale si sgolava a spiegare e rispiegare il perché di certi ammonimenti, ma che invece continuava imperterrita a disobbedire; quella che talora appariva con lo sguardo perso nella tortuosità del cosmo, ma che invece osservava ogni dettaglio intorno a sé con minuziosità per ritirarlo fuori al momento meno opportuno; quella in cui si era augurata di rivedere se stessa bambina, ma che invece si dimostrava quanto di più diverso potesse esserci.
E poi la seconda. Espansiva nelle effusioni, simpaticamente tontolona nelle sue manifestazioni verbali, eppure talmente insopportabile nel frigno ossessivo per qualsiasi sgarbo – o percepito tale – della sorella maggiore. E, probabilmente peggio ancora, grattacapo senza fine per la sua maledetta selettività nel cibo, inconcepibile per lei che, salvo un paio di alimenti che si contavano sulle dita di una mano, trovava in pressoché tutte le pietanze il sapore dell’appagamento. Durante il primo anno di vita della piccola, Dora – non sapeva bene se consciamente o inconsciamente – si era mantenuta distaccata da Dalila perché aveva la convinzione matematica che, con le poche calorie che introduceva in corpo, non sarebbe arrivata al compleanno.
Il traguardo era giunto ed era stato oltrepassato, e da allora un senso di colpa gargantuesco si era insinuato nel suo cuore macinandola da dentro, rea di non aver concesso a quella creaturina i baci, e le carezze, e i grattini, e le pernacchiette, e tutti i gesti fisici d’amore previsti una volta fuori dal ventre materno.
Le lacrime iniziarono a velarle gli occhi. Si domandò se davvero meritasse di essere madre. Pensò a tutte quelle donne che sentivano quella vocazione urlare, che si martoriavano il corpo di ormoni e scaricavano calendari di fertilità per poter concepire e che, a discapito di quegli sforzi, non coronavano il loro sogno. Lei, sapendo quanto Renato desiderasse dei bambini e quanto suo padre desiderasse diventare nonno, e reputando che potesse essere, tutto sommato, gratificante avere qualcuno cui trasmettere il sistema di valori, tradizioni, passioni con cui si è cresciuti, si era calata in quella ricerca, ma senza smodato entusiasmo – fossero arrivati dei bimbi, bene; non fossero arrivati, bene ugualmente. Non era mai stata dell’opinione che il tassello della maternità andasse ad completare il mosaico di una donna, lo interpretava più che altro come un’aggiunta che poteva eventualmente impreziosirlo, ma un’aggiunta assolutamente non indispensabile.
E Dio, o chi per lui, le aveva mandato due fagottini che avevano messo a soqquadro la sua vita. Nulla era più come prima: le giornate erano ormai senza mordente, il tempo per le amiche si era diradato come la sua attaccatura dei capelli sulla fronte, si sentiva preda degli eventi, incapace di sostenere quella montagna di preoccupazioni, ostacoli, paure. Spesso si trascinava letteralmente da un posto all’altro come uno zombi, aveva l’impressione che niente potesse più accenderla, che niente contasse davvero, le risate davanti ai film non si amplificavano fino alle viscere come una volta, le parole crociate con cui occupava i lacerti di libertà erano insipide, a volte le pareva di non essere lucida al cento per cento, di suonare la sinfonia della quotidianità in sordina.
Ora piangeva. Mille pensieri si accavallavano tutti assieme, la morte di suo padre poco prima dell’arrivo di Licia, il lavoro che aveva trovato e che non le dava alcuna soddisfazione perché non le permetteva di mettere a frutto quanto aveva studiato, la diagnosi di due malattie autoimmuni che l’aveva fatta diventare ipocondriaca, l’estraneità delle due figlie che troppo spesso sentiva di non capire appieno.
La visione ancora annacquata dalle lacrime, inclinò la testa all'indietro per fissare gli occhi al cielo.
“Dio mio... Dio mio, perché...? Non ce la faccio più...” singhiozzò.
I singulti le facevano sobbalzare ritmicamente il petto.
“Quanto vorrei... sì, quanto vorrei tornare indietro... Dio, tu che puoi, tu che sei onnipotente, fammi tornare indietro, fammi tornare a quando la vita aveva bellezza...!”
Lasciò colare giù le lacrime, lungo la mandibola, il collo, le clavicole.
“A quando alzarsi era una gioia... a quando c'erano i nonni, e papà, e andavo a scuola, e tutto era una scoperta continua... e tutto aveva colore... Basterebbe un giorno, un giorno soltanto!”
Si tirò su con la schiena e s'ingobbì poggiando i gomiti sulle cosce, seguendo con gli occhi la traiettoria delle ultime stille che scivolavano per i polsi sino alla seduta. Rivide davanti a sé l'A112 rossa di suo padre, quella con cui la scarrozzava in giro; le altissime ortensie fiorite del giardino in cui immergeva la testolina quand'era piccina; l'anta dell'armadio della cameretta, su cui appiccicava adesivi e ritagli d'ogni tipo.
Sospirò. “Dio... ti prego... al mio risveglio... fa' che sia il 30 maggio 1995. Fammi riassaporare quella giornata. Dammi un po' di requie.” Congiunse le mani fino a stritolarsele. “Ti prego, ti prego, ti prego. Concedimelo. Ho bisogno di sentire di nuovo la vita in me, io ora non vivo!”
Deglutì con fatica la flegma del pianto, scrollò la testa come a voler recuperare un contegno e rientrò in casa. Infine si abbandonò esausta sul materasso con la speranza di riuscire, finalmente, a crollare.
Bi-bi-bip. Bi-bi-bip. Bi-bi-bip.
Renato spense la sveglia al terzo segnale, come faceva puntualmente ogni mattina, scostò il lenzuolo con un sonoro sbadiglio e si levò per andare a mettere su il caffè. Dora non si era neppure accorta di quando fosse rincasato: strizzò gli occhi un paio di volte e poi allungò macchinalmente il braccio destro in direzione del comodino per recuperare l'orologio da polso – era solita toglierlo sempre, prima di coricarsi – ed infilarlo.
“Niente di nuovo sotto il sole... grazie, Dio... dovevo immaginarlo che non mi avresti esaudita.”
Combatté con le figlie che non ne volevano sapere di prepararsi per andare a scuola. Ingollò caffelatte e fette biscottate con la marmellata. Agguantò gli indumenti, già approntati la sera prima, delle bestioline e li portò in bagno invitando le proprietarie a sbrigarsi con la colazione e a filare a lavarsi viso e denti, nonché a vestirsi. Aiutò il coniuge a radunare zainetti e giacchini ed accompagnò al cancello la spedizione punitiva.
Seguirono i consueti quaranta minuti di solitudine che le erano concessi prima di dover uscire a sua volta per recarsi in ufficio. Guardò le tazze e i piattini ammucchiati nel lavello con espressione nauseata: ogni santa mattina la stessa storia. Sospirò. Decise di regalarsi dieci minuti sul divano prima di mettersi di buzzo buono ad insaponarli e risciacquarli. Affondò il posteriore nel sofà del soggiorno reclinando al massimo la schiena per godere di quella comodità e socchiuse gli occhi.
Quanti mesi che non accendeva la radio, realizzò all'improvviso. Si voltò verso lo stereo bianco che giaceva silenzioso da tempo immemore sulla mensola poco più in là.
“Perché no... un accenno di musica non fa mai male...” pronunciò ad alta voce, quasi per incitarsi da sé, e si mise ginocchioni sul bracciolo per raggiungere la rotella del volume.
I muri grigi che vedi quando guardi fuori da qui
anche se non ci credi, sono quasi belli per chi
sa trovare i colori dentro nella testa...
Riconobbe istantaneamente quel testo – come dimenticarlo? Era la prima canzone che aveva amato consapevolmente nella sua infanzia: in precedenza c'erano stati dei motivetti che si erano accattivati il suo orecchio, ad esempio Piacere RaiUno cantato da Toto Cutugno, oppure Eins, zwei, Polizei, ma Tieni il tempo era diverso, la melodia e le parole l'avevano folgorata entrandole dentro ed iniziandola al mondo dei cantanti, dei festival, delle musicassette. Sorbì con una sorta di concupiscenza ogni sillaba della metà rimanente del singolo, mentre i piedi, improvvisamente ringiovaniti, tamburellavano a ritmo.
Che ricordi! Quell'album gliel'aveva registrato su audiocassetta zio Corrado. Di diciott'anni più grande, era il suo zio preferito, il fratello maggiore che non aveva mai avuto. Non rammentava se fosse stato un pensiero spontaneo da parte di lui o se fosse stata lei ad avergli chiesto la copia, ma rammentava invece quanto gelosamente l'aveva conservata, una delle prime del suo piccolo tesoretto che custodiva nello scaffale superiore della specchiera, proprio dietro al suo radioregistratore color viola. Quella cassetta l'aveva letteralmente consumata, a furia di ascoltarla. Per fortuna a fine anni Novanta (o erano i primi Duemila?) si erano ripubblicati tutti gli album degli 883 su CD e quindi aveva rimesso le mani su quella canzone che tanto adorava. A quel punto la musicassetta era superflua, ma lei l'aveva tenuta comunque per un lustro ancora, ripassandosela fra le dita – quella e la lista delle tracce scritta a mano dal suo adorato zietto, la cui grafia aveva davanti agli occhi persino allora, trent'anni dopo.
La voce dello speaker radiofonico la ricondusse al presente. Ristorata da quella gradita sorpresa, le scappò un sorriso. Spense l'apparecchio e tornò in cucina a lavare le stoviglie, per poi cambiarsi d'abito e scendere in centro per andare al lavoro.
Allo sportello tutto filò liscio quella mattina: nessun cliente petulante, nessun reclamo, nessuna emergenza dell'ultimo secondo. Riuscì a staccare proprio in orario e, di conseguenza, a prendere la coincidenza per la corriera. Incredibile, quel giorno avrebbe mangiato entro l'una, un miracolo che ben di rado accadeva!
Di buonumore, canticchiò attraverso tutte e tre le stradine che l'avrebbero condotta a casa e, addirittura!, mentre infilava la chiave nella toppa. Accarezzò dolcemente la sua soriana Bitte, placidamente acciambellata sulla cassapanca all'ingresso, appese la borsetta all'attaccapanni e si apprestò a pranzare.
Alle tre e venti uscì nuovamente: doveva recuperare Dalila e Licia, in quest'ordine, l'una dalla materna e l'altra dalle elementari. Estrasse la borraccia dalla sua borsa e bevve un lungo sorso d'acqua fresca, tentando di non pensare troppo al nervoso che le sarebbe venuto a breve. Era un copione arcinoto. In prima battuta i capricci della secondogenita maldisposta ad attendere il rientro per il suo dolcetto al cioccolato; in seconda battuta quelli della primogenita pronta a stressarla per autoinvitarsi da qualche compagna di classe.
...e invece no.
La quattrenne si fiondò fra le sue braccia e spalmò i suoi boccoletti biondi qua e là sulla pancia di Dora, per poi prenderle le mani e baciargliele a stampo più e più volte come faceva nei suoi pazzerelli intervalli ludici.
“Ciao m’mm’tta!” ridacchiò mangiandosi tutte le vocali.
“Ciao Lilletta” disse lei, scompigliandole i riccioli. “Andiamo a recuperare Licia?”
“S-so-ssa!” rispose affermativamente, storpiando il sì, Dalila.
Nessuna menzione riguardo la merendina, neppure per strada: caso più unico che raro. Forse era stanca, ipotizzò Dora, e in effetti gli occhietti celesti erano meno luminosi del solito. La lasciò libera nel cortiletto attiguo alla scuola elementare, tenendola sotto controllo con la coda dell’occhio mentre aspettava che suonasse la campanella. La piccina si mise a trafficare pacificamente con i ciottoli dell’aiuola.
“Mammetta!” si udì chiamare dalla sua settenne, scapicollatasi con zaino e sacchetta da ginnastica contro il suo fianco destro. “Ho un disegno per te, guarda, guarda!” e le piazzò in mano un foglio coloratissimo raffigurante, così le parve, la loro casetta, i loro due cagnoni e una bella mongolfiera su cui dovevano trovarsi loro due. In alto campeggiava un cubitale “ti voglio bene mamma”.
“Carina la mongolfiera, ma come ti è venuta in m…”
“Dalilaaa!”
Non ebbe tempo di concludere la domanda perché la bambina individuò come un falchetto la sorellina e corse da lei. Dora incrociò le braccia e sbuffò divertita. La sorprendeva ogni volta come quei due diavoletti passassero da un odio furioso a un amore attaccaticcio nell’arco di una decina di minuti. Si guardò alle spalle in attesa che Nicoletta, la migliore amica di Licia, sbucasse dalla mandria di alunni vocianti assieme alla nonna che veniva a prenderla ogni giorno, però non la vide. Immaginò che fosse assente: fantastico, gioì internamente, si sarebbe risparmiata dozzine di proteste da parte della figlia maggiore al rifiuto di andare a casa dell'amichetta.
“Pupe, andiamo?”
L'una da un lato, l'altra da quello opposto, la presero per mano e tutte insieme s'incamminarono verso la fermata dell'autobus, mentre spirava un bel venticello fresco che faceva ciondolare i vari portachiavi appesi allo zaino della scolara.
“Mammetta” esordì ad un tratto Licia non appena furono giunte al palo di fermata. “Hai il cellulare con te? Posso ascoltare una canzone?”
“Solo una, Ciaci. Ho la batteria quasi scarica.” spiegò la donna, estraendo il telefonino dal taschino interno. “Quale vuoi?”
Seguì una pausa meditativa che sembrò infinita.
“Mmm... la musichetta di Pippo!”
Dora trasecolò: la figlia intendeva la sigla di Ecco Pippo, la serie animata Disney di cui aveva visto una trentina di episodi, gli unici trovati online dalla madre. Bizzarro che le fosse venuta in mente così, senza input esterni relativi agli anni Novanta dei suoi genitori. La trentacinquenne si sedette sul gradino antistante una serranda arrugginita, Dalila sulle ginocchia, e diteggiò il titolo nella barra di ricerca per accontentare Licia che, nel frattempo, si era accomodata accanto a lei.
I fotogrammi che scorrevano sullo schermo la sospinsero indietro nel tempo, ai pomeriggi seduta davanti al televisore, canticchiando la canzoncina di apertura prima (...rigorosamente saltando quelle due o tre parole che non capiva...) e ridendo a crepapelle durante l'episodio poi. Erano avventure talmente astruse da appassionarla, anche se non sapeva bene se riconoscersi in Pippo, in Max o in Pietro. E poi, tutte quelle abitudini del suo decennio d'infanzia, batti cinque in primis...!
Sorrise di cuore.
Il tardo pomeriggio evaporò fra merende da preparare, lavatrice da caricare, matite da temperare e mille altre faccende. Al rientro di Renato spedì le bambine sotto la doccia e si mise a preparare la cena, fischiettando ancora il motivetto del videoclip. Affettò i pomodori per la caprese che doveva mettere in tavola e si sorprese a ridere da sola ricordando le scene in cui Pippo tagliuzzava mezza cucina quando si trattava di sminuzzare le verdure.
Dopo aver cenato pregò il marito di lavare i piatti perché doveva sistemare dei documenti in solaio. Quello acconsentì di buon grado, così lei ravanò nella borsetta per prendere gli stampati e, pochi istanti dopo, si inerpicò per la scala a chiocciola che conduceva al sottotetto. Doveva passare attraverso la stanza da letto per raggiungere la scansia dove tenevano i faldoni di bollette, buste paga e quant'altro la burocrazia li obbligava a conservare per raccoglier polvere, e, quasi per caso, le cadde l'occhio sul comò; o meglio, sulla scatoletta di legno posata su di esso, nella quale riponeva la bigiotteria.
“È un secolo che non metto bracciali.” considerò d'un tratto. “Quasi quasi, già che son qua...”
Appoggiò il plico sul bordo della cassettiera ed aprì il piccolo scrigno.
Sobbalzò per lo stupore quando, in cima a tutti gli altri, vide il grosso braccialetto in stoffa multicolore con chiusura a pressione a forma di faccina sorridente. Gli altri accessori, in rame, cuoio, spago, giacevano in una matassa informe ed indistricabile, ma quello no, quello quasi riluceva di una spanna sopra gli altri. Non aveva mai avuto il coraggio di gettarlo. Eppure non ricordava affatto né chi gliel'avesse comperato, né in quale occasione.
Ma aveva almeno trent'anni.
Come colta da un'ispirazione dirompente, corse giù per la scala a caccia del cellulare. Trovatolo, cliccò sul motore di ricerca preinstallato e digitò freneticamente Tieni il tempo 883 singolo. Già il primissimo risultato le fornì la risposta che cercava: era stato distribuito il 15 maggio 1995.
Il 30 maggio 1995 era in alta rotazione su tutte le radio giovanili.
Accedette all'intelligenza artificiale preimpostata per porre una sola, semplice domanda.
Il 30 maggio 1995 il cartone Ecco Pippo era in onda?
Il cervellone le rispose che era stato regolarmente trasmesso nel palinsesto Rai, e più precisamente nel contenitore per ragazzi Solletico.
Si portò la mano alla bocca. Si voltò verso la radio, poi nuovamente sul telefono.
“Amore, tutto bene?” la richiamò Renato dalla cucina. Evidentemente aveva udito le scorribande della consorte da un piano all'altro.
“Sì sì, tutto okay!” esclamò lei di rimando, mentre tornava in soffitta.
Dora stette là, immobile di fronte alla cassettina dei bijoux, per minuti che parvero interminabili. Poi allungò la mano verso il monile, lo prese e l'indossò.
Lasciò perdere i fogli e si spostò verso la porta-finestra. La schiuse e s'infilò fuori nella brezza notturna. Fece ancora qualche passo e si poggiò sulla ringhiera, il viso orientato al cielo.
“E così, Dio...” mormorò. “Hai interpretato la mia preghiera a tuo piacimento... Non mi hai riportata al 1995, ma hai riportato il 1995 da me...” Scosse la testa. “Suppongo che avrai i tuoi buoni motivi per non farci viaggiare qua e là nel tempo.”
Il sorriso arancione del bracciale catturò la sua attenzione. Rimase lì imbambolata a studiarlo per qualche secondo, sfiorandolo con l'indice della mano sinistra. Poi scoppiò a ridere.
“D'accordo, d'accordo... ho inteso, Dio. Per uscire dal nerume non mi occorrono i tuoi poteri sovrannaturali. Mi occorre che il cuore torni a battere limpido e battagliero come da bambina. E per incoraggiarlo, forse...” affermò, muovendo ritmicamente sul parapetto il polso agghindato e tornando col pensiero allo stereo e allo smartphone, “forse basta una piccola DeLorean.”

Forse basta una piccola DeLorean testo di DariaPotok
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